
Ho pensato l'altro giorno che è già passato un anno da quando sono partita per la prima volta verso
Tokamachi.
Mi ricordo che in aeroporto, dopo aver salutato tutti mentre scendevo con le scale mobili nell'area riservata ai viaggiatori, ho pensato che ero da sola e non sapevo dove stessi andando... non mi immaginavo niente di quello che poi è successo realmente.
Ma non è tanto dell'andata che vorrei parlare ora, quanto del ritorno.
Pare ci sia una tradizione che si ripete, indipendentemente dalla mia volontà, il giorno prima che io lasci il Giappone: per un motivo o per l'altro, sembra sia destino che ci si debba salutare dall'alto.
Una volta perchè vengo coinvolta in una scalata aziendale sul Kintokiyama, una volta perchè si partecipa alla cerimonia dei sette anni (di cui scriverò in seguito) verso il santuario più antico di Niigata, e una volta perchè... mi trovo di fronte alla Tokyo Tower e non posso non salire.

Su per giù 330 metri di torre, uguale ma più alta rispetto alla sorella ispiratrice francese.
Questa volta ero da sola, in esagerato anticipo rispetto all'appuntamento per il quale ero uscita: ho fatto la fila insieme alle scolaresche, ai ragazzini che si facevano le foto con il cellulare, e ho aspettato il mio turno dietro la linea gialla per prendere un ascensore ultrafuturistico e semibuio, illuminato da led di colori variabili.
Una volta in alto, Tokyo a 360 gradi, dall'oceano al Fuji San.

I grattacieli accanto ai templi, i parchi nascosti, i campi
da baseball delle scuole, le sopraelevate.
Un formicaio che dal basso non rende giustizia alla sua vastità.
Dall'alto non se ne vede la fine, se non nei giorni limpidi in cui il Fuji è l'unico punto di riferimento naturale.

Era quasi sera, mi sono goduta il saluto con la luce più bella.